Albert Mummery, Il Pionere Del Nanga Parbat.

 Cosa può spingere una persona a tentare di salire una montagna sconosciuta, alta 8000 metri e temuta dalla popolazione locale? E' ciò che probabilmente si sono chiesti gli abitanti locali del gilgit baltistan, quando hanno visto arrivare l'inglese Albert Mummery, nell'estate del 1895. 

Un folle, o l’ambizione di un'impresa? forse Non sta a noi giudicare.  come dicono alcuni saggi, salire su una montagna, non porta da nessuna parte, eppure ci provano lo stesso.. perchè? cosa spinge le persone a farlo? Forse perchè la montagna è la metafora di una vita, gli ostacoli che dobbiamo superare durante la strada in salita, per andare sempre più in alto. non c'è nessuna certezza di dove arriveremo, eppure lo tentiamo ugualmente.


Albert  Mummery È stato davvero, uno dei pioneri della storia dell'alpinismo.

Mummery e i due gurkha Thapa e Singh furono tra le prime vittime di quella che anni dopo sarà soprannominata “la montagna assassina”. Scomparvero il 24 agosto 1895, da qualche parte lungo la parete Diamir del Nanga Parbat, durante quello che è stato il primo vero tentativo di salita di un Ottomila. Probabilmente travolti da una valanga, o caduti in un crepaccio.

Mummery ebbe l’intuizione per capire che i giganti dell’Himalaya potevano essere avvicinati. L'inglese decise di organizzare una spedizione ritenendo possibile la scalata della montagna. Sarebbe stato fattibile, ma non nel 1895. D’altronde, come ci insegna Reinhold Messner, l’impossibile è solo qualcosa che non è ancora stato fatto. Ritenuto da molti un folle visionario, l’inglese portò una novità nell’ambiente alpinistico, spostando l'attenzione dalle alpi ai grandi giganti dell'Himalaya.

Mummery ha lasciato un segno per la sua visione dell’alpinismo. Sul Dente del Gigante, vicino al Monte Bianco, trovata una parete che giudicava impossibile da salire in arrampicata libera, aveva lasciato sul posto una bottiglia con un pezzo di carta con scritto: “Impossible by fair means”. Impossibile da salire con mezzi equi. È la definizione con la quale, ancora oggi, si indica una rinuncia.

A "mani nude"  affrontò anche il suo tentativo di salita del Nanga Parbat. A differenza di quanto si pensa, Mummery  tornò vivo dallo Sperone che oggi porta il suo nome. Infatti lo Sperone lo salì andando fin oltre la zona pericolosa dall’incombere degli enormi seracchi, a una quota di oltre 6000 metri .

A fermare Mummery fu un problema sottovalutato al tempo, ovvero  la rarefazione dell'aria a quelle altezze, che rende tutto più difficile. 

Mummery si rese conto che più saliva, più diminuiva la sua velocità e che quindi, anche una volta superato lo Sperone, non avrebbe avuto alcuna possibilità di arrivare alla vetta.

In una lettera alla moglie  scrisse: “Con quest’aria non si riescono a fare più di 1000 metri al giorno”. Ma quella era la velocità tenuta per arrivare al campo base, che sul Nanga Parbat è attorno ai 4500 metri. Già il campo successivo, a quasi 5400 m,  nella  parte inferiore dello Sperone, risultò irraggiungibile per i portatori.

Mummery, abbandonando la via dello Sperone, andò incontro alla morte nel tentativo di passare sul versante Rakhiot, una via meno verticale e quindi percorribile anche dai portatori. arrivando fin oltre ai 6000 metri. l’inglese aveva visto quanto la velocità di salita continuasse a diminuire all’aumentare della quota. Comprese così che era logico prevedere molti campi fino alla vetta, e la pianificazione di essi.

  “Lo vedo qui sopra con il suo giacchetto in tweed e gli scarponi di pelle chiodata, che cerca con i suoi gurkha di risalire pendii mai sfiorati prima da nessuno” scriveva Daniele Nardi riguardo Albert Mummery sullo sperone omonimo.  Daniele è stato uno di quelli che più di tutti si è ispirato alle imprese di  Mummery.

“Lo sento credere al suo sogno. Lo immagino qui accanto, mentre deve fare i conti con il proprio desiderio di salire, con l’agosto che volge alla fine, con i collaboratori che iniziano a chiedergli fino a che punto volesse spingere questa folle idea”. 

Albert mummery e i suoi gurkha non hanno più lasciato quella montagna, eppure anche oggi, dopo quasi 130 anni, parliamo della sua avventura.